Il mito dell’Unità: il Risorgimento
Il Risorgimento italiano viene spesso raccontato come la grande epopea della nascita nazionale: un percorso eroico che, attraverso rivoluzioni, guerre d’indipendenza, sacrifici patriottici e azione diplomatica, portò alla creazione del Regno d’Italia nel 1861. È una lettura in parte giusta, perché senza il Risorgimento non si potrebbe comprendere la fine della frammentazione politica della penisola, l’indebolimento del dominio austriaco e la costruzione di uno Stato unitario italiano. Tuttavia, questa interpretazione rischia di trasformare un processo storico complesso in un mito lineare e celebrativo. Il Risorgimento fu anche una vicenda piena di contraddizioni: parlò in nome del popolo, ma fu guidato soprattutto da élite politiche e intellettuali; proclamò la libertà, ma generò uno Stato centralizzato e spesso repressivo; unificò politicamente la penisola, ma lasciò aperte profonde divisioni sociali, economiche e territoriali.
All’inizio dell’Ottocento l’Italia non esisteva come Stato. La penisola era divisa in molti Stati diversi: il Regno di Sardegna, il Lombardo-Veneto sotto controllo austriaco, i ducati dell’Italia centrale, il Granducato di Toscana, lo Stato pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Esisteva certamente un’idea culturale di Italia, alimentata dalla lingua letteraria, dalla tradizione romana, dal Rinascimento e dalla memoria storica comune. Ma questa idea era ancora molto lontana dalla vita quotidiana della maggioranza della popolazione. I contadini, che costituivano gran parte degli abitanti, parlavano dialetti locali, avevano scarsa alfabetizzazione e si riconoscevano più nel paese, nella regione, nella parrocchia o nel sovrano locale che in una nazione italiana astratta.
Le prime spinte risorgimentali nacquero nel clima creato dalla Rivoluzione francese e dall’età napoleonica. L’arrivo dei francesi in Italia diffuse principi nuovi: costituzione, uguaglianza giuridica, cittadinanza, abolizione dei privilegi feudali, modernizzazione amministrativa. Tuttavia, anche qui appare una prima grande contraddizione. Le idee di libertà arrivarono spesso attraverso l’occupazione militare straniera. Napoleone introdusse riforme importanti, ma lo fece all’interno di un sistema imperiale, nel quale l’Italia era comunque subordinata agli interessi francesi. In questo senso, il Risorgimento nacque dentro una tensione irrisolta: il desiderio di indipendenza nazionale fu alimentato anche da modelli politici importati da una potenza occupante.
Dopo il Congresso di Vienna del 1815, la Restaurazione tentò di cancellare l’eredità rivoluzionaria e napoleonica. L’Austria tornò a esercitare un’influenza decisiva sulla penisola e molti sovrani restaurati cercarono di reprimere ogni richiesta di libertà costituzionale. Contro questo ordine nacquero società segrete e movimenti liberali, come la Carboneria, protagonisti dei moti del 1820-21 e del 1830-31. Questi tentativi insurrezionali, però, fallirono quasi ovunque. Il loro limite principale fu la ristrettezza sociale: erano movimenti composti soprattutto da ufficiali, intellettuali, borghesi, studenti e professionisti. Chiedevano costituzioni e indipendenza, ma non riuscivano a coinvolgere stabilmente le masse popolari. Il popolo era evocato come soggetto della nazione, ma raramente era davvero protagonista del movimento nazionale.
Giuseppe Mazzini cercò di superare questa debolezza. Con la Giovine Italia, fondata nel 1831, propose un progetto politico più ampio: l’Italia doveva essere una, indipendente, libera e repubblicana. Per Mazzini la nazione non era solo un territorio da unificare, ma una comunità morale fondata sul dovere, sull’educazione civile e sulla partecipazione popolare. Il suo Risorgimento era democratico, repubblicano e profondamente idealista. Eppure anche il mazzinianesimo mostrò un limite evidente. Pur parlando al popolo, non riuscì quasi mai a trasformare le sue insurrezioni in movimenti di massa vittoriosi. Molte iniziative mazziniane furono generose, ma isolate; animate da grande slancio ideale, ma deboli sul piano militare e organizzativo. Il popolo, che nella teoria era al centro della nazione, nella pratica rimaneva spesso distante o passivo.
Il 1848 sembrò aprire una fase nuova. In tutta Europa scoppiarono rivoluzioni liberali e nazionali, e anche in Italia si ebbero sollevazioni importanti: le Cinque Giornate di Milano, la Prima guerra d’indipendenza, la Repubblica romana del 1849. Quest’ultima rappresentò uno dei momenti più alti del Risorgimento democratico. A Roma, Mazzini, Saffi e Armellini tentarono di costruire una repubblica fondata su principi moderni, mentre Garibaldi ne difese militarmente l’esperienza. Ma anche il 1848 italiano si concluse con una sconfitta. L’Austria resistette, Carlo Alberto fu battuto, la Repubblica romana venne soffocata dall’intervento francese a difesa del papa. Il 1848 dimostrò che l’idea nazionale era ormai forte, ma anche che da sola non bastava: servivano eserciti, diplomazia, alleanze internazionali e una direzione politica più solida.
Dopo il fallimento delle rivoluzioni democratiche, il centro del processo unitario si spostò verso il Piemonte e verso la strategia moderata di Camillo Benso di Cavour. Cavour non era un rivoluzionario, ma un liberale monarchico, pragmatico e realista. Il suo obiettivo non era una repubblica popolare, bensì l’espansione del Regno di Sardegna fino a trasformarlo nel nucleo del futuro Stato italiano. La sua politica si fondava su modernizzazione economica, rafforzamento dell’esercito, abilità diplomatica e alleanza con le grandi potenze europee, in particolare con la Francia di Napoleone III. Questa scelta fu efficace, ma produsse un’altra contraddizione fondamentale: l’Italia venne unificata non attraverso una rivoluzione nazionale dal basso, ma attraverso l’allargamento di uno Stato già esistente, quello sabaudo, che impose poi le proprie istituzioni al resto della penisola.
La Seconda guerra d’indipendenza del 1859 e le annessioni dell’Italia centrale furono passaggi decisivi. Ma anche in questo caso l’unità italiana dipese molto dagli equilibri internazionali. Senza l’appoggio francese contro l’Austria, il Piemonte difficilmente avrebbe potuto ottenere risultati così importanti. Il Risorgimento, dunque, non fu soltanto il frutto della volontà degli italiani, ma anche il risultato di calcoli diplomatici e di interessi europei. L’indipendenza nazionale nacque anche grazie all’intervento di potenze straniere: una contraddizione evidente, ma tipica della politica ottocentesca.
Nel 1860 l’impresa dei Mille di Giuseppe Garibaldi diede al Risorgimento una dimensione più popolare ed epica. Garibaldi riuscì, con un gruppo relativamente piccolo di volontari, a sbarcare in Sicilia, abbattere il potere borbonico e conquistare il Regno delle Due Sicilie. La sua figura rappresentò il volto romantico e rivoluzionario dell’unificazione: il combattente generoso, vicino al popolo, capace di suscitare entusiasmo. Tuttavia, anche l’impresa garibaldina si concluse con un compromesso. Garibaldi, pur avendo simpatie repubblicane e democratiche, consegnò il Sud a Vittorio Emanuele II. Le speranze sociali accese tra contadini e classi popolari meridionali furono rapidamente deluse. L’unificazione non portò una riforma agraria, non risolse la miseria delle campagne e non cambiò davvero i rapporti di potere locali.
La proclamazione del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861, fu un evento storico enorme, ma non segnò la fine dei problemi. L’Italia era politicamente unita, ma socialmente e culturalmente frammentata. Mancavano ancora Roma e il Veneto, ma soprattutto mancava una vera integrazione tra le diverse parti del Paese. La celebre frase attribuita a Massimo d’Azeglio, “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, esprime bene questa difficoltà. Lo Stato era nato prima di una piena coscienza nazionale condivisa. Per molti italiani, soprattutto nelle campagne, il nuovo Regno appariva lontano, burocratico, fiscale e militare.
La questione meridionale fu la ferita più profonda dell’unificazione. Il Mezzogiorno entrò nel nuovo Stato in modo rapido e traumatico. Le leggi piemontesi furono estese a territori con tradizioni amministrative, economiche e sociali diverse. L’aumento delle tasse, la leva obbligatoria, la crisi delle campagne e la delusione delle aspettative popolari alimentarono tensioni fortissime. Il brigantaggio postunitario non fu soltanto criminalità: fu anche protesta sociale, reazione politica, resistenza contadina e rifiuto del nuovo ordine. Lo Stato rispose con l’esercito, con leggi speciali e con una repressione durissima. Così, mentre la retorica ufficiale parlava di liberazione nazionale, una parte del Mezzogiorno visse l’unità come conquista e imposizione.
Anche il rapporto con la Chiesa cattolica rappresentò una grande contraddizione. Il Risorgimento portò alla fine del potere temporale dei papi e alla presa di Roma nel 1870. Per lo Stato italiano, Roma era il completamento naturale dell’unità; per il papa, era una violenza contro la Chiesa. Nacque così la “questione romana”, che separò a lungo lo Stato liberale da una parte importante del mondo cattolico. In un Paese profondamente religioso, questa frattura rese ancora più difficile la costruzione di una cittadinanza nazionale condivisa.
Infine, il nuovo Regno d’Italia fu uno Stato liberale, ma non democratico nel senso moderno. Il diritto di voto era limitato a una piccola minoranza maschile, scelta in base al censo e all’istruzione. Le donne erano escluse dalla vita politica, così come gran parte dei contadini e degli operai. Il Risorgimento aveva parlato di nazione e libertà, ma la partecipazione reale rimase molto ristretta. L’Italia unita nacque dunque come Stato di pochi, governato da élite moderate, mentre la maggioranza della popolazione restava ai margini.
Il Risorgimento, quindi, non va né celebrato ingenuamente né liquidato come un semplice inganno. Fu un processo decisivo, che permise all’Italia di diventare uno Stato moderno e indipendente. Ma fu anche un processo incompiuto, attraversato da compromessi e disuguaglianze. Diede agli italiani una patria politica, ma non risolse la questione sociale; liberò la penisola dalla frammentazione, ma produsse nuove fratture; costruì lo Stato, ma non riuscì subito a costruire una nazione realmente condivisa.
La sua grandezza e il suo limite stanno proprio qui. Il Risorgimento fu insieme ideale e potere, rivoluzione e diplomazia, entusiasmo popolare e direzione elitaria. Studiarlo mettendone in luce le contraddizioni non significa sminuirlo, ma comprenderlo meglio. Perché la storia d’Italia non nasce da un mito perfetto, bensì da un processo complesso, nel quale la conquista dell’unità lasciò aperte molte domande destinate a pesare su tutta la storia successiva del Paese.